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21 NOVEMBRE 2025

Ultimo aggiornamento: 7:30

A metà degli anni Settanta, la Gran Bretagna assomiglia a un esperimento sociologico sfuggito di mano: economia in panne, frustrazione crescente, un’estetica glam ormai a fine corsa, il Progressive che si muove come un aristocratico annoiato al proprio ballo. Eppure, in quell’aria densa di tensione e possibilità, circola una creatività nervosa e febbrile, capace di far germogliare idee folli e contraddittorie. Tra pub fumosi, club affollati e luci al neon tremolanti, nasce il terreno ideale per chi vuole rompere ogni regola. È qui che i Queen danno vita al loro capolavoro: un disco che non vuole essere solo un disco, ma un’opera totale. A Night at the Opera mescola teatro e hard rock, cabaret e folklore vittoriano, virtuosismo e pop calcolato come un enigma matematico, segnando il momento in cui il rock britannico decide di osare e andare oltre.

Le session di lavorazione al disco non sono solo caotiche: sono un manifesto di compulsione creativa. Studios multipli usati in parallelo, nastro analogico stressato fino a diventare quasi trasparente, un numero di overdub vocali che oggi suonerebbe come una minaccia alla sanità mentale di chiunque. Freddie Mercury pretende che ogni microfrase sia perfetta, Brian May vuole architetture sonore che sembrano cattedrali gotiche costruite con un Lego complicatissimo. Roger Taylor e John Deacon sono le fondamenta nervose su cui tutto questo delirio può reggersi. È una follia sincronizzata, come se quattro personalità con idee divergenti stessero provando a costruire lo stesso soggetto senza però essersi accordate sull’immagine.