È il periodo della pandemia e in Italia si cominciano a sbirciare i primi effetti della settimana corta all’estero. Arrivano dall’Islanda, intenta a migliorare il livello di produttività. Fra il 2015 e il 2019, lancia un esperimento su 2500 dipendenti del settore pubblico, fra uffici e ospedali: meno ore di lavoro a settimana (fino a 35) a parità di stipendio. I risultati sono quelli sperati. A migliorare non è soltanto il benessere dei lavoratori, ma anche la loro resa.
I primi esperimenti
Così, oltre a osservare, alcune aziende italiane si fanno avanti. È il 2021. La società di consulenza aziendale Carter & Benson, che conta meno di cinquanta dipendenti, conferma quattro giorni lavorativi senza riduzione dello stipendio dopo un anno di sperimentazione. «Una scommessa vinta» secondo il Ceo William Griffini, «soprattutto sulla qualità del lavoro e il benessere di ognuno».
Intesa Sanpaolo, il primo caso tra le grandi aziende
Per i gruppi più grossi bisogna attendere ancora un poco. Della settimana corta si inizia a discutere soprattutto fra le banche. E infatti, nel 2022, il piano viene proposto fra le sale riunioni di Intesa Sanpaolo. Viene introdotta un anno dopo, su base volontaria. Le ore settimanali scendono a 36, distribuite su quattro giorni. A fine 2024, ad aderire è quasi la metà degli impiegati abilitati ad usufruire della settimana corta. Quasi tutti, più dell’80% del personale, la reputano «innovativa» e fondamentale per «aumentare il benessere personale e la conciliazione dei tempi di vita e lavoro». Roberto Cascella, Chief people & Culture officer di Intesa, conferma che «dopo più di due anni abbiamo riscontri molto positivi, siamo riconosciuti come un datore di lavoro innovativo e capace di interpretare in anticipo le nuove esigenze».






