Sull’industria ceramica, molto energivora, pesa per il 15%, percentuale di maggiorazione del costo del gas naturale. Vale a dire qualcosa come 100-120 milioni all’anno. È l’impatto della disciplina europea Ets (Emission trading system), sistema che fissa il tetto massimo di gas climalteranti che possono essere emessi sul territorio Ue e che obbliga le imprese ad acquisire, a titolo oneroso o gratuito, appositi titoli (le cosiddette quote) per poterli emettere. Una tassa occulta, che aggrava il problema del caro energia. E contro la quale si schierano adesso, uniti in un fronte comune, Confindustria Ceramica, sindacati (Cgil, Cisl e Uil) e Regione Emilia-Romagna.
«Porteremo una proposta condivisa alla Commissione europea, l’impianto normativo va modificato» anticipa il vicepresidente della Regione, Vincenzo Colla. Una revisione che si rende ancora più necessaria ora, alla vigilia della riduzione delle quote di CO2 a titolo gratuito, prevista a partite dall’inizio del prossimo anno. In gioco c’è molto, come hanno concordato ieri i vertici dell’associazione degli industriali del settore, dei sindacati e lo stesso Colla. E il tempo stringe dal momento che è atteso per dicembre un regolamento omnibus sull’ambiente che potrebbe essere l’aggancio per una riforma del sistema. «Devo dire - osserva Giorgio Romani, vicepresidente di Confindustria Ceramica - che c’è stata piena comprensione da parte delle organizzazioni sindacali della situazione in cui ci mettono normative che ci espongono a rischi grossi. Perché non è accettabile che la nostra industria, fortemente vocata all’export, possa competere sottostando a regole che non sono previste nei Paesi extra-Ue. C’è la piena consapevolezza che dobbiamo lavorare uniti».







