Il “caso Garofani” inizia con una mail inviata domenica mattina, alle 13,24, da un indirizzo di posta intestato a stefanomarini@usa.com con destinatarie almeno altre tre redazioni di giornali. Nella missiva, un articolo di “Mario Rossi” che riporta alcuni giudizi, tutt’altro che equidistanti a livello istituzionale, pronunciati in pubblico, e captati da chi poi ha inviato la mail, da Francesco Saverio Garofani, consigliere per gli Affari del Consiglio supremo di Difesa, guidato da Sergio Mattarella. In un locale pubblico, nel corso di un incontro conviviale, Garofani si sarebbe lasciato andare a giudizi di natura politica. Argomento: come impedire a Giorgia Meloni di rivincere nel 2027 e, quindi, decidere l’elezione del successore dello stesso Mattarella sul Colle. «Speriamo che cambi qualcosa (...). Io credo nella provvidenza. Basterebbe una grande lista civica nazionale».

A seguire, l’elenco dei possibili “salvatori della patria” in grado di creare un “nuovo Ulivo”: il solito Romano Prodi, ma anche Ernesto Ruffini, l’ex numero uno dell’Agenzia delle Entrate. Ma chi è Garofani? Romano, 63 anni, è quello che nella Prima repubblica si sarebbe potuto definire un esponente della “sinistra democristiana”. Giornalista, inizia a frequentare la politica nei giornali di area Dc. Prima La Discussione, poi Il Popolo, che dello Scudocrociato e del Ppi è stato l’organo di stampa ufficiale.