Egregio direttore, le gemelle Kessler che per le persone della mia età, quelle che hanno cominciato a guadare la televisione con il bianco e nero, sono state a lungo un simbolo di eleganza e di fascino. Nel momento in cui hanno deciso di uscire definitivamente di scena, di scendere dal palco della vita e non solo da quello dello spettacolo, hanno dato una grande dimostrazione di libertà e di civiltà.

Ma, vorrei ricordare che l'hanno potuto fare perché erano tornate a vivere nel loro paese d'origine, la Germania, dove il suicidio assistito è regolato da una legge. Se avessero abitato ancora in Italia, non avrebbero potuto farlo, non avrebbero avuto la libertà di porre fine alle loro sofferenze come avevano deciso di fare. Avrebbero comesso un reato.

Mario Pianon

Venezia

Caro lettore, da qualche tempo la parola libertà viene utilizzata con molta disinvoltura e anche troppa superficialità. La decisione delle gemelle Alice ed Ellen Kessler di porre fine alla loro vita attraverso il suicidio assistito, iniettandosi da sole il siero letale, va rispettata e compresa. Senza far prevalere le proprie convinzioni etiche e religiose. Le gemelle Kessler hanno messo la parola fine alla loro esistenza con grande compostezza e senza clamori mediatici. Com'era nel loro stile. È stata una scelta che avevano annunciato e programmato: la conclusione di un percorso. Di vita ed, evidentemente, anche di sofferenza. Ma esaltarla, come molti ieri hanno fatto e come lei stesso fa, come una scelta di libertà o addirittura di modernità mi riesce difficile.