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Ultimo aggiornamento: 10:56

di Giuseppe Murante

Affidare la propria connessione di rete a un servizio centralizzato come CloudFlare significa, in una certa misura, allontanarsi dallo spirito originario con cui Internet è stata concepita. La rete nasce come struttura distribuita, progettata per evitare punti unici di fallimento e per favorire la resilienza grazie alla molteplicità dei nodi. Questo modello non era solo un’architettura tecnica, ma un’idea: una rete aperta, pluralistica, resistente perché frammentata e autonoma. Centralizzando invece una quota crescente del traffico globale in pochi intermediari, si finisce per ricreare esattamente ciò che Internet avrebbe dovuto superare, introducendo nuove fragilità legate alla dipendenza da un singolo attore.

Il rischio principale è evidente: un unico punto di accesso o filtraggio diventa inevitabilmente un punto critico. Se quel nodo subisce problemi tecnici, attacchi o semplici disservizi, le conseguenze si propagano in modo capillare, colpendo migliaia di servizi contemporaneamente. È un bersaglio naturale per minacce su larga scala, proprio perché concentra funzioni essenziali. Le organizzazioni che vi si affidano rinunciano, consapevolmente o meno, a parte della propria autonomia: spostano il controllo del traffico verso terzi e accettano che un intermediario determini ciò che è lecito, sospetto o da bloccare, con un livello di trasparenza spesso limitato.