Oggi i gasdotti e le rotte delle metaniere tracciano le linee di una mappa geopolitica che sta cambiando. Il gas naturale liquefatto (GNL con l’acronimo italiano, LNG con quello inglese), fino agli anni Settanta era considerato un combustibile di nicchia, ora è una vera e propria “moneta politica”: uno strumento di controllo strategico per le potenze esportatrici e un combustibile ponte nella transizione dal carbone alle fonti sostenibili, obiettivo comune dei Paesi in via di sviluppo.
Su questo nuovo terreno di confronto, dove accanto ai vecchi interlocutori se ne affacciano di nuovi, il Sud-est asiatico si impone come cuore delle dinamiche mondiali del GNL. Come emerge dal nuovo numero di WE - World Energy, il magazine di Eni dedicato a “LNG Power Plays”, mentre le economie dell’Asia orientale si espandono e l’industria regionale vede crescere in parallelo produzione e fabbisogno energetico, l’arcipelago indo-malese prende decisioni, costruisce infrastrutture e stringe alleanze sempre più influenti a livello globale.
Metaniere, terminali di rigassificazione e oleodotti stanno progressivamente sostituendo i tradizionali strumenti di influenza geopolitica. “Il GNL è un’arma e una valuta”, scrive Moisés Naím, Distinguished Fellow presso il Carnegie Endowment for International Peace, sintetizzando la nuova logica del potere energetico globale. Una definizione che descrive bene uno scenario in cui il Sud-est asiatico è chiamato a bilanciare i ricavi da esportazione con una domanda interna in costante crescita, mentre Stati Uniti, Cina ed Europa si muovono su piani diversi ma strettamente interdipendenti.






