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Tra il 1924 e il 1933 lo scrittore svizzero appuntò a matita su 526 foglietti di carta racconti, pensieri, fiabe, riflessioni. Dovevano esser bruciati. Eccoli qui

Il Porto sepolto stampato nel 1916 a Udine "in edizione di 80 esemplari" , ricorda Ungaretti, fu scritto di fretta, a precipizio, "in presenza della morte, in presenza della natura" su "foglietti: cartoline in franchigia, margini di vecchi giornali, spazi bianchi di care lettere ricevute". Fogli di via della vita, "portati a vivere con me nel fango della trincea". Bisognerebbe scrivere una storia della letteratura a partire dai materiali di scarto, marginali e perituri su cui sono state scritte imperiture opere. È una specie di contrappasso: perché un'opera viva, deve sopravvivere a se stessa; è tanto potente, tanto presente, quanto più ha rischiato di annientarsi, raspata dall'incuria, dall'oblio, dalla santa dissipazione di sé. Michelangelo appuntava poesie nottambule, bellissime, sul lembo dei disegni preparatori, sul crinale di progetti scultorei di titaniche proporzioni. È nell'opera che non si crede opera l'autentica operosità dell'arte: un'opera al cubo. Hermann Broch che scrive La morte di Virgilio dettandola a se stesso, "chiuso in una cella delle prigioni naziste, da cui è convinto di non poter uscire vivo" (Ladislao Mittner); Franz Kafka che sperimenta un esagitato genio su quaderni, diari e lettere che non crede di salvare dai deliri del caso; Emily Dickinson che scrive con grafia da elfo poesie destinate a esasperare la pinguetudine del proprio cassonetto; Gerard Manley Hopkins che confina in taccuini pieni di nuvole e di cherubiniche scritture una delle avventure letterarie più folli mai tentate in lingua inglese. Credo sia in questa disattenzione, una sprezzatura che potremo chiamare disfatta la quintessenza di un'opera letteraria memorabile.