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I due scrittori erano diversissimi ma molto amici la corrispondenza svela le fragilità dell’autore de "La marcia di Radetzky"
"Sono troppo ammalato per vivere da miserabile" scriveva Joseph Roth a Stefan Zweig, da un albergo di Francoforte, nel settembre del 1930. "Non posso impormi l'astinenza letteraria, senza compensarla con la sregolatezza fisica" concludeva poi, non senza però aver prima precisato: "Forse lei non sa che cosa vuol dire non potermi permettere di stare in attesa del successo, perché non si ha più il becco di un quattrino...".
Il carteggio fra i due, che copre all'incirca il decennio fra le due guerre del Novecento (Ombre folli. Lettere 1927-1938, Adelphi, a cura di Madeleine Rietra e Rainer Joachim Siegel, prefazione e traduzione di Ada Vigliani, postfazione di Heinz Lunzer, 516 pagine, 32 euro), è pieno di considerazioni del genere e, nel tempo, di sempre più pressanti richieste di aiuti economici di Roth a Zweig, ma se si presta attenzione alla data di quella lettera, si vedrà che ancora tre anni la separano dall'ascesa di Hitler al potere, dall'esilio di Roth in Francia e, in pratica, dalla chiusura dell'intero sistema giornalistico-editoriale tedesco nei suoi confronti: in quanto ebreo, cosmopolita, monarchico e anti-nazista. All'epoca era ancora un giornalista di successo, nonché uno scrittore apprezzato. Guadagnava, insomma, quello che voleva. E allora? Vale la pena saperne di più.






