C’è un momento, nella vita di certe aziende, in cui il trionfo e la precarietà si danno la mano con la disinvoltura di due vecchi complici.
Xiaomi è arrivata a quel momento.
Corre sul filo del rasoio e per una volta il luogo comune ci azzecca: il rasoio è vero, il filo è vero, e sotto non c’è la rete. Il terzo trimestre 2025 è stato, numeri alla mano, una specie di miracolo cinese in miniatura. Ricavi totali a 113 miliardi di yuan (+22%), utile netto rettificato schizzato dell’81% a 11,3 miliardi.
Ma la notizia che ha fatto sobbalzare i cronisti finanziari – quei poveri diavoli che devono sempre trovare l’angelo nel demonio o viceversa – è che il reparto “innovazione”, quello dove hanno ficcato dentro auto elettriche, intelligenza artificiale e altri sogni costosi, ha chiuso per la prima volta con un utile operativo: 700 milioni di yuan, quasi cento milioni di dollari.
Tradotto in linguaggio umano: la scommessa più ardita di Xiaomi, quella che avrebbe potuto mandarla a gambe all’aria come certi costruttori cinesi di auto elettriche finiti a vendere batterie usate, per ora tiene.






