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Ultimo aggiornamento: 16:56
La conferma di tre offerte, una delle quali “coperta” e ancora senza un nome. Poi addirittura un quarto player che chiede informazioni e “l’interesse di operatori nazionali” che rispunta. Eppure, nessun passo indietro sulla necessità di ricorrere a nuove, massicce, dosi di cassa integrazione. Necessaria, sostiene l’azienda, per fermate degli impianti motivate da manutenzioni e sicurezza. Niente di strutturale, insistono governo e Acciaierie d’Italia, ma solo la necessità di lasciare a casa altre 1.550 persone per la fermata di tre cockerie e, quindi, delle lavorazioni a freddo sia a Taranto che negli impianti del nord.
Il “piano” del governo per l’ex Ilva è confermato nella sua drammaticità. Da gennaio si arriverà a 6mila persone in cassa integrazione. L’unica novità? Potranno accedere alla formazione, 60 giorni per “nuove competenze”. Un pannicello caldo che non sposta di un millimetro le preoccupazioni dei sindacati, infuriati dopo la presentazione della strategia voluta da Acciaierie d’Italia, gestore dello stabilimento e in amministrazione straordinaria, e l’esecutivo, in primis il ministro delle Imprese Adolfo Urso. Dalla Fiom alla Uilm, passando per Fim e Usb la richiesta è unanime: ritirare quanto presentato, ideare un vero piano industriale e prevedere un intervento pubblico, almeno di garanzia.








