Non è da tutti lasciare il segno nell’opulenza cinematografica del Festival di Cannes, per giunta per i registi alla loro opera prima.
Halfdan Ullmann Tøndel non solo ci è riuscito, ma si è anche portato a casa il prestigioso riconoscimento che seleziona la migliore tra quelle opere prime: la Caméra d'Or che nel 2024 andò proprio al suo Armand, disturbante thriller dal sapore nordico incentrato sulla violenza giovanile ma attraverso il prisma di genitori ignari e impotenti di fronte alle azioni dei loro figli.
Merito di una chiara intenzione autoriale, che incastona la storia non in un naturalismo di routine ma dentro un impianto ambizioso, una fotografia elegante e diversi tocchi inaspettati che sapranno cogliere di sorpresa lo spettatore, lasciandolo anche –perché no– sanamente perplesso.
Il cinema però vive di miti, e non si può certo ignorare che parte dell’attenzione riservata ad Armand sia dovuta alla storia familiare del regista, nipote di un colosso come il cineasta svedese Ingmar Bergman e di una diva come la norvegese Liv Ullmann (insieme i due realizzarono tra gli altri dei classici come Persona, Scene da un matrimonio, Sussurri e grida).
Un paio di generazioni più tardi, il ragazzo dimostra di aver ereditato dal nonno la raffinatezza della messa in scena e anche la capacità di scegliere l’interprete giusta, mettendo al centro di questo dramma “da camera”, tutto girato nelle aule deserte di una scuola elementare, il nuovo simbolo del cinema norvegese: Renate Reinsve, che a sua volta ha trovato il successo nel sodalizio con Joachim Trier (La persona peggiore del mondo e quest’anno Sentimental value) ed è diventata uno dei volti principali del panorama europeo.








