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Da qualche anno mi sono intestardito a vivere in campagna, dove un’antipatica triangolazione rende la ricezione dei cellulari parecchio loffia. Per sperare di non perdere la linea devo schiacciarmi contro i vetri di porte o finestre, o uscire in terrazza. In estate, o con il bel tempo, non è mai un problema, ma lascio immaginare quando piove, o negli invernali giorni di tramontana. In ogni caso, anche in terrazza, il segnale salta: talvolta così, perché decide di perdere un paio di tacche; talvolta invece perché, arbitrariamente, passa dal 4G al vecchio GSM.
Per evitare questa serie di fastidi ho, nel corso degli anni, continuato a usare la rete fissa. Man mano che le linee fisse cadevano in disuso e le poche superstiti venivano occupate da seccatori pubblicitari, ricevere una telefonata è diventato sempre più fastidioso, per non dire snervante quando vedevi arrivare il messaggio della telefonata mancata, o perfino infuriante quando quel messaggio arrivava due o tre giorni dopo.
La procedura era dunque diventata la seguente: fissare un’ora e avvertire che avrei chiamato io previa condivisione del numero, o rispondere appiccicandomi al vetro e dire a chiunque mi stesse chiamando che avrei richiamato subito dal fisso. In uscita invece – tranne quella manciata di santi che si erano segnati i miei vari numeri fissi, cambiati non poche volte per le mancanze di diversi operatori telefonici e facendomi assomigliare a Dick di Provaci ancora, Sam – chiamavo, non mi veniva risposto, mandavo un messaggio dicendo che ero io, aspettavo l’«ah, ok», o l’emoji con il sorriso, e finalmente richiamavo. Anche il tono nelle risposte è costantemente mutato: dal buon vecchio “pronto”, diverso per ognuno di noi, ma, per così dire, aperto, a una sua versione più sospettosa, al non rispondere affatto o con l’aria già decisamente scocciata.







