"Siamo andati ad una festa ma eravamo in tensione, all'erta.

C'è stato un blackout e abbiamo pensato che fosse arrivato il momento".

Il racconto si ferma qui. Poi prevale la paura. Il timore di pronunciare apertamente parole come "invasione" o "attacco degli Stati Uniti". Altri giovani come lui, Luis (il nome è di fantasia) - studente di Caracas - li ha visti sparire nell'Elicoide anche per molto meno: le loro madri fanno la spola con le foto davanti al carcere tutti i giorni. Come milioni di altri venezuelani Luis ha consumato il fine settimana tra la speranza di un cambiamento e il timore della repressione.

La massiccia presenza di navi da guerra statunitensi nelle acque internazionali vicino alle coste del Paese rappresenta una via d'uscita, ma a quale costo, ancora non è chiaro, riflette Francisco, un insegnante delle scuole superiori. "Le continue dichiarazioni, le mobilitazioni, gli appelli, fanno pensare più a una partita a scacchi che a un imminente conflitto bellico.

Dell'arrivo della USS Gerald Ford e del suo gruppo d'attacco nei Caraibi non si parla nei luoghi pubblici - avverte -. E' un tabù farne menzione con gli sconosciuti. Un argomento off-limits da trattare a porte chiuse, in famiglia, o con gli amici fidati".