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Il repertorio dei nostri artisti è spesso gestito da strategie multinazionali e dall’estero
Il punto di partenza è proprio questo: "Se non ci fossimo noi, la quasi totalità della musica registrata in Italia sarebbe di fatto oggi gestita da operatori stranieri". Lo spiega Federico Montesanto, ceo di Pirames International mentre passeggia nei suoi nuovi uffici di via Brembo a Milano. Detto così, il suo sembra l'annuncio squisitamente economico del capo di un "aggregatore" (per capirci, "un servizio che aiuta gli artisti a distribuire la loro musica su piattaforme di streaming e negozi online").
In realtà è una riflessione che ha un valore culturale magari difficile da comprendere perché estremamente settoriale, ma è assai significativa. Nel panorama musicale italiano, sia le major, ossia Warner, Sony Music e Universal, che gli altri aggregatori digitali indipendenti (i principali sono controllati dalle stesse major) che veicolano la musica sulle piattaforme digitali, gestiscono il controllo dei cataloghi sostanzialmente dall'estero. Spieghiamoci. Hanno sedi e personale molto competente in Italia ma, giocoforza, riferiscono alle case madri negli Stati Uniti o in altri Paesi. Nonostante le strategie "local" siano ovviamente molto attente ai gusti del pubblico territoriale e alla tutela del proprio catalogo, la centralità dell'azione operativa e di gestione e tutela dei repertori musicali (contratti con piattaforme digitali, delivery dei file musicali, incasso e rendicontazione dei proventi) avviene di fatto all'estero. Sia chiaro, non siamo più nell'epoca della contestazione purchessia alle multinazionali della musica, roba che soprattutto negli anni Ottanta e Novanta è stata al centro di molti dibattiti. In un mondo global e connesso all'istante, sono argomenti obsoleti. La tutela del gigantesco e preziosissimo patrimonio musicale italiano rimane quindi sostanzialmente un problema culturale che spesso passa sottotraccia ma, a ben pensarci, non è per nulla secondario.






