Tre giorni di incontri, musica, mostre e dibattiti vari, per scrivere un futuro migliore. O meglio: per riscriverlo. Dal 21 al 23 novembre, alla Mondadori della Galleria Alberto Sordi, ecco la quinta edizione di ReWriters Fest., il primo festival europeo sulla sostenibilità sociale. «Ovvero sulla felicità delle persone», dice la direttrice artistica, la scrittrice e imprenditrice Eugenia Romanelli. Responsabile dello stesso giornale digitale ReWriters, dietro cui c’è un collettivo con un manifesto preciso, oggi auspica un cambiamento culturale. «Prendiamo spunto dall’Agenda Onu 2030, che ha stabilito degli obiettivi per il genere umano. Di fianco a quelli ambientali ci sono quelli sociali: riguardano la fine delle discriminazioni, la tolleranza, l’inclusione».
Per raccontarli, ReWriters chiama a raccolta esponenti dell’arte, della creatività, della scienza e della politica che si sono già messi in marcia in tal senso. Sul piatto, temi come la violenza di genere, il femminismo, la lotta al patriarcato, l’educazione sessuale e affettiva e la cultura queer, ma anche la crisi climatica, lo sport, l’etica digitale e la body positivity. La madrina di questa edizione è Violante Placido, ospite insieme a Chiara Francini, mentre il Premio ReWriters — conferito ogni anno ai personaggi che più si sono distinti nella «riscrittura di un immaginario diverso» — va a Margherita Buy. E poi, tra gli altri, Vera Dragone, Giobbe Covatta, Carlotta Parodi, Licia Colò, Myrta Merlino, Teresa Ciabatti, i rappresentanti di Fridays For Future. Giornalisti, artisti, scrittori, influencer, professori universitari, attivisti. Gente che ispira. «Diamo voce a modelli virtuosi, che hanno messo in atto i cambiamenti dell’Agenda Onu 2030 nel quotidiano», spiega Romanelli. «Sono casi di successo, che non aderiscono ai modelli capitalistici e che però, proprio grazie a questo, ce l’hanno fatta. Con loro, nasce un mondo più giusto. Non diamo lezioni, ma stimoli: ci piace pensare che possano essere una spinta per costruire ciascuno un futuro più giusto, per riscrivere i nostri paradigmi culturali».






