Non è mai troppo tardi per ammettere di aver fatto un errore e correre ai ripari, magari con una soluzione migliore. Il riesame richiesto dalla Corte dei Conti per il progetto del ponte sullo stretto di Messina dovrebbe però esser esteso alle premesse con cui all’inizio stato deciso di impostarlo e che non sono più attuali (o meglio: non lo sono mai state).
Il progetto del ponte è nato più di un paio di decenni fa con una impostazione funzionale a far crescere i costi a dismisura (a tutto vantaggio dei costruttori e dell’indotto industriale); non c’era la consapevolezza che le finanze pubbliche stessero viaggiando verso limiti insostenibili, e quindi “tanto più si spende e meglio si spende”, nel senso che c’è da guadagnare per tanti attori diversi. Il consenso a mega progetti di spesa è sempre assicurato e può avere effetti positivi anche in termini di voti per i politici proponenti.
Il modo migliore di far lievitare i costi è di immettere nel progetto dei vincoli, apparentemente poco significativi, che però in modo cumulato e con lo sviluppo dei progetti esecutivi portano a una crescita esponenziale dell’investimento. Due sono state le impostazioni iniziali, date come assunti di base e quindi mai veramente analizzate senza pregiudizi:







