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Ultimo aggiornamento: 14:44
È il 2018: Trump e Putin stanno per incontrarsi a Helsinki, in Finlandia. Meno di un mese prima, Jeffrey Epstein prova a far recapitare un messaggio al capo della diplomazia russa, Sergey Lavrov: gli fa sapere che vuole parlare con lui, ha delle informazioni sul presidente americano. Il milionario pedofilo newyorkese scrive una mail il 24 giugno 2018 a Thorbjorn Jagland – l’ex primo ministro norvegese che all’epoca era a capo del Consiglio d’Europa: “Penso che potresti suggerire a Putin che Lavrov potrebbe ottenere informazioni parlando con me”. Lavrov non può essere che Sergey, il ministro degli Esteri russo. Jagland incontra l’assistente di Lavrov il giorno successivo: le informazioni però finiscono qui, tutto il resto è mistero, non è noto se l’offerta di contatto sia stata accettata e qualche incontro o scambio di informazioni sia avvenuto. Un anno prima del summit però è stato Jagland a chiedere al miliardario Usa un incontro a Strasburgo per “capire meglio Trump e cosa sta succedendo nella società americana”.
Qualche giornale la chiama già “la resurrezione del Russiagate” questa bufera fatta di scandali e connessioni globali, scoperti come un vaso di Pandora, quando mercoledì scorso gli investigatori del Congresso americano hanno pubblicato centinaia di mail collegate al caso Epstein. In altri documenti, ora pubblici, si evince anche che quel cardinale grigio che è stato il misterioso uomo d’affari americano aveva già parlato di Trump con Vitaly Churkin, l’ambasciatore russo alle Nazioni Unite, prima che morisse nel 2017. Nei messaggi l’evidenza è in chiaro: “Churkin è stato fantastico. Ha capito Trump dopo le nostre conversazioni. Non è una cosa complessa” scrive Epstein.













