Cento anni fa, a Dessau, l’acciaio cominciò a respirare. Fino ad allora era stato relegato a ruoli tecnici, a ossature di ponti e biciclette, al linguaggio severo delle fabbriche. Poi Marcel Breuer, osservando il manubrio della sua Adler, capì che quella curva lucente poteva diventare una linea d’arredo. Il risultato fu il B9, uno sgabello per la mensa del Bauhaus: l’inizio di un’estetica nuova, un’architettura per oggetti che ridefiniva la leggerezza dello spazio domestico.
S 64, S 285, Beistelltisch, Credit: Klaas & Adams
Nel 1925 il Bauhaus si trasferì da Weimar a Dessau, portando con sé l’energia febbrile di un laboratorio che cercava il futuro. Lì, Breuer e Mart Stam iniziarono a sperimentare il tubolare d’acciaio in collaborazione con la Junkers, la stessa azienda che costruiva aeroplani. Il materiale non era nuovo, i fratelli Mannesmann lo avevano brevettato nel 1885, ma lo sguardo sì: non più freddezza industriale, ma un’idea di trasparenza. I mobili, diceva Breuer, «non sono più pesanti, monumentali, ma ariosi, aperti, disegnati dentro lo spazio».
Marcel Breuer
Thonet, che già nel XIX secolo aveva piegato il legno curvato alla volontà del design, colse subito la potenzialità del nuovo linguaggio. Nel 1928 firmò con Breuer un contratto che sancì la nascita di una stagione straordinaria: dalle sedie cantilever S 32 e S 64 ai tavoli B 9 e B 97, fino allo scrittoio B 285, il primo con telaio realizzato da un unico tubo senza saldature. Erano mobili razionali, democratici e belli, l’espressione fisica di un’utopia.








