I candidati alla presidenza della Regione del Veneto sono cinque (peraltro pochissimi rispetto al 2020 quando erano undici), ma per la stragrande maggioranza delle associazioni, delle categorie economiche, dei cosiddetti stakeholder, sono solo due: il leghista Alberto Stefani e il dem Giovanni Manildo. Gli altri - Fabio Bui, Riccardo Szumski, Marco Rizzo - è come se non esistessero. Non se li fila (quasi) nessuno ed è solo perché c’è la par condicio che le emittenti televisive e radiofoniche devono dare voce anche a loro. Non è un caso che il candidato presidente di Democrazia Sovrana Popolare, Marco Rizzo, se la sia presa in diretta con Sky: «Noi non possiamo vincere le elezioni perché voi non ci fate mai vedere». Ma l’altra novità di queste elezioni regionali è che le associazioni di categoria hanno cambiato radicalmente impostazione: una volta invitavano i candidati e li ascoltavano, adesso li invitano e li inchiodano alla sedia: devono essere i politici a stare in religioso silenzio.
Il record al momento spetta alla Cgil del Veneto che per domani ha invitato a Padova Manildo e Stefani (solo loro due) a una iniziativa così intitolata: “Per costruire un Veneto che promuove lavoro di qualità, sviluppo sostenibile e inclusione, un Veneto a misura di cittadine e cittadini”. Nella lettera firmata dalla segretaria generale Tiziana Basso sono spiegate le ragioni: “Vogliamo presentare il lavoro corale che abbiamo costruito come Cgil del Veneto per il futuro della nostra regione, forti dei nostri oltre 400mila iscritti e del nostro radicamento sul territorio regionale. Presenteremo un progetto che sia in grado di generare un lavoro di qualità che contrasti le diseguaglianze, che intervenga sull’emergenza demografica, che contribuisca a contrastare le diseguaglianze crescenti e accompagni la nostra Regione verso il futuro”. Quanto può durare un simile progetto? Cinque ore. Dalle 9 alle 14. Raccontano che Stefani abbia fatto presente di avere già degli impegni e che sarà costretto a declinare. Raccontano che Manildo abbia accettato, ma che i suoi abbiano un po’ storto il naso per dover impegnare cinque ore dell’agenda a poco più di una settimana dal voto. Del resto, che i candidati prediligano i mercati e le piazze agli incontri a porte chiuse lo si evince anche dalle fughe degli aspiranti consiglieri regionali addirittura dagli eventi dei partiti di appartenenza. Ma alle lobby è evidente che è difficile dire no. «È il 21° secolo, i programmi li fanno più le categorie o le tecnocrazie pubbliche che i partiti», dice il politologo Paolo Feltrin. Per i cultori dei confronti, magari belli accesi, comunque una delusione: l’impostazione è che, dopo aver ascoltato le posizione delle categorie (adesso si usa il termine “position paper”) ognuno dice la sua, senza mai battibeccare, e finisce lì.







