L’obesità non è un problema che nasce da una banale mancanza di forza di volontà. È un disturbo multifattoriale, che nella maggior parte delle persone nasce dall’interazione tra fattori di rischio genetici e un ambiente obesogeno che offre tutte le opportunità per consumare troppe calorie, e spenderne troppo poche. Se c’è un direttore d’orchestra nel processo che porta all’obesità è comunque il cervello: organo che media i nostri gusti, le nostre propensioni, il senso di fame e di sazietà e il ritmo del metabolismo, spingendo l’organismo a consumare più o meno riserve di energia, in base alle circostanze. Un bilanciamento finissimo tra esigenze energetiche e accumulo eccessivo di scorte di grasso, che aiuta a spiegare perché alcune persone hanno più difficoltà a perdere peso: in qualche modo, infatti, una volta ingrassati è come se il cervello se ne ricordasse, e lavorasse instancabilmente per tornare al peso precedente quando proviamo, invece, a dimagrire.
A suggerirlo è una revisione delle ricerche emerse negli ultimi anni e pubblicata su Cell da un team di esperti dell’Università di Copenaghen, dell’Università di Colonia e del Max Planck Institute for Metabolism Research.
La percentuale di americani obesi sta finalmente iniziando a diminuire?






