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11 NOVEMBRE 2025
Ultimo aggiornamento: 8:07
Da scarto della Formula 1 a campione del mondo. Affermare che Antonio Giovinazzi abbia scritto la storia può suonare scontato e retorico, però mai come in questo caso rappresenta la realtà nuda e cruda. Perché è storia il titolo WEC (World Endurance Championship) conquistato sabato dalla Ferrari in Bahrain e arrivato dopo appena tre stagioni dal ritorno della scuderia di Maranello nella categoria prototipi, abbandonata nei primi anni Settanta per volere di Enzo Ferrari, che voleva concentrare le risorse del team esclusivamente sulla F1. Assieme ai colleghi Alessandro Pier Guidi e James Calado, che completano l’equipaggio numero 51 della 499P, Giovinazzi ha portato in Ferrari l’unico alloro che ancora mancava alla scuderia: il titolo Piloti Endurance. La spiegazione è semplice: negli anni dei titoli Ferrari, ovvero i 13 successi compresi tra il 1953 e il 1972, venivano premiate solo le marche e non anche i conduttori, che avrebbero dovuto attendere il 1981 per ottenere il proprio trofeo. Ma a quel punto il Cavallino aveva già preso altre strade da diversi anni.
Quella di Giovinazzi è una storia di talento e tenacia. Senza il primo, non sarebbe mai arrivato a correre quattro volte la 24 Ore di Le Mans e a sbarcare nell’élite esclusiva rappresentata dalla F1. Senza la seconda, non sarebbe riuscito a rialzarsi dopo la prematura fine della sua carriera nella massima competizione a ruote scoperte, che nella stragrande maggioranza dei casi coincide con il netto ridimensionamento di carriera e ambizioni. Il destino di chi esce dalla F1 non per sua volontà, infatti, è quasi sempre quello di un crepuscolo più o meno rapido nelle serie minori. Giovinazzi ha avuto la forza e la capacità di uscire da una strada che sembrava oramai segnata in direzione della nutrita categoria “uno dei tanti”.









