Se l'azienda ha il dubbio fondato che il proprio dipendente stia compiendo azioni che ledono la fiducia tra il lavoratore e la società o comunque creino dei danni a quest'ultima, previa informativa può entrare nel pc del dipendente e controllarlo, arrivando anche al licenziamento nel caso in cui scopra gli illeciti. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, respingendo il ricorso di un dipendente licenziato per essersi appropriato e aver diffuso illecitamente informazioni riservate.
Secondo l'accusa, l'uomo nell'arco di otto mesi (tra ottobre 2020 e maggio 2021) aveva effettuato oltre 54 mila accessi abusivi al sistema informatico aziendale, dal quale aveva estratto più di 10 milioni tra informazioni lavorative, dati personali e documenti contabili, per poi inviare 130 fatture divise in 125 mail a 10 indirizzi diversi. Inutili i tentativi del dipendente di sostenere di non avere mai ricevuto una «adeguata informativa sulla possibilità della datrice di lavoro di effettuare controlli sugli asset aziendali» e di ritenerli «controlli illegittimi».
I giudici di secondo grado infatti, nella sentenza confermata anche dagli Ermellini, hanno ritenuto «utilizzabili gli elementi di prova acquisiti dalla società sul computer in uso al dipendente per rendere la prestazione lavorativa» perché, «nonostante il controllo sul computer fosse stato eseguito acquisendo dati precedenti al primo alert dei sistemi informatici aziendali, che aveva ingenerato il sospetto di operazioni anomale, tuttavia l'attività compiuta dalla datrice di lavoro doveva ritenersi conforme alle prescrizioni dell'articolo quattro dello Statuto dei lavoratori, in quanto vi era la prova che era stata fornita anche al dipendente un'adeguata informativa mediante diffusione della policy aziendale sull'utilizzo delle dotazioni informatiche».







