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Un giudice ha ritardato di 2.555 giorni. Il Csm la sanziona, ma lei ricorre. E perde
Avere impiegato 1.135 giorni a depositare un provvedimento che doveva emettere in un mese non le sembrava così grave. E nemmeno avere sforato di 2.555 giorni i termini per una sentenza. Neanche l'inverosimile conto totale dei ritardi accumulati costituiva per il giudice M.T., in servizio al tribunale di Nocera Inferiore, motivo sufficiente per venire colpita da una sanzione disciplinare. Così quando il Consiglio superiore della magistratura le ha inflitto una punizione, peraltro non particolarmente severa, la dottoressa ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo che il Csm aveva dimenticato di considerare le sue giustificazioni, quelle che rendevano comprensibile la lentezza con cui per anni aveva assolto ai suoi doveri: l'eccessivo carico di lavoro, la insufficienza degli organici. Sono le spiegazioni consuete che l'Associazione nazionale magistrati offre quando emergono i dati sui tempi d'attesa interminabili cui devono sottostare i cittadini in attesa di sentenza. Ma che ora né il Csm né la Cassazione ritengono più un alibi accettabile per tirare in lungo all'infinito, facendo durare anni processi che dovrebbero durare mesi.






