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Giudici e laici di sinistra difendono la sentenza che ha cambiato il quesito: basta attacchi
È scattato il riflesso corporativo delle toghe anti referendum. A Palazzo de' Marescialli i consiglieri togati del Csm (con qualche lodevole eccezione) hanno fatto quadrato attorno ai giudici di Cassazione che hanno firmato l'ordinanza con la quale l'Ufficio centrale del Palazzaccio ha smentito se stesso (e messo in imbarazzo il Quirinale) decidendo di riconoscere fuori tempo massimo le 500mila firme che hanno riscritto il quesito su cui gli italiani si pronunceranno - a meno di un'altra guerra di carte bollate alla Consulta - il 22 e 23 marzo nel referendum confermativo che sancirà la separazione delle carriere, la nascita di due Csm "a sorteggio" e l'Alta corte disciplinare.
La presenza nel collegio di alcune toghe schierate per il "No" come Alfredo Guardiano (che modera un convegno contro la riforma) e Donatella Ferranti, ex deputata Pd, presidente della commissione Giustizia fino al 2018 e segretario generale del Csm, non è piaciuta al centrodestra. Il potenziale slittamento del quesito che la Cassazione puntava a ottenere, secondo la maggioranza, era funzionale a ritardare i decreti attuativi che mettono a terra la riforma e la conseguente scelta del prossimo Csm in scadenza a gennaio: non più con il sorteggio (qualora vincano i Sì, come probabile) ma secondo le solite logiche correntizie. Aver adombrato questi sospetti ha fatto insorgere le toghe più ideologiche, alle quali si sono via via accordati (quasi) tutti i togati e i tre laici di sinistra Roberto Romboli (Pd), Ernesto Carbone (Italia Viva) e Michele Papa (M5s).






