ROMA Smartphone, social e videogiochi. Ma anche sigarette elettroniche, gioco d’azzardo e psicofarmaci senza ricetta. È la nuova mappa delle dipendenze italiane. Le vecchie schiavitù – alcol, tabacco, cannabis – arretrano, ma al loro posto cresce un universo di ossessioni emergenti. Le “new addictions”, come lo shopping compulsivo e il trading online, si sommano alle sostanze di ultima generazione: fentanyl, nitazeni, Thc ogm (droghe sintetiche) e il ritorno del vecchio – ma onnipresente – crack. Un mix che colpisce soprattutto la Generazione Z: un giovane su quattro consuma sostanze e 910 mila si “sballano” regolarmente. Solo nel 2024 sono state individuate 79 nuove sostanze psicoattive, segno di un mercato in continua mutazione. Sull’impegno delle istituzioni interviene il sottosegretario all’editoria Alberto Barachini: «Abbiamo voluto una comunicazione istituzionale che parli ai ragazzi nei luoghi dove si informano e dove i loro comportamenti ricevono input più o meno positivi. Due giovani su tre considerano normale lo sballo da alcol e droghe: dobbiamo ricostruire una consapevolezza individuale e pubblica».
Alla VII Conferenza Nazionale sulle Dipendenze, tenutasi ieri a Roma (in corso anche oggi), è emerso un quadro che gli esperti definiscono “spaventoso”. «Il 60% dei bambini tra i 3 e i 4 anni usa quotidianamente dispositivi digitali, il 24% ha già un profilo social e il 57% reagisce con irritabilità o rabbia se disconnesso», denuncia Giuseppe Lavenia, presidente dell’Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche. «Stiamo crescendo una generazione di bambini digitalmente modificati», avverte. «Non è il telefonino a creare dipendenza, ma ciò che ci mettiamo dentro: gratificazioni immediate, identità filtrate dagli avatar, scrolling compulsivo». Il dato è spaventoso: entro il 2050 metà dei bambini rischia la miopia digitale. «Vediamo bimbi di tre anni con un tablet e undicenni già sui social», aggiunge Samuele Aquilanti, cofondatore dell’associazione. «Riceviamo centinaia di richieste di aiuto da genitori e scuole, ma non esistono ancora centri pubblici riconosciuti per la dipendenza tecnologica».









