L’Europa somiglia a un architetto visionario che disegna grattacieli perfetti ma li costruisce sulla sabbia. Le linee sono eleganti, i rendering mozzafiato, i comunicati pieni di parole solenni: “neutralità climatica”, “svolta verde”, “nuovo modello di sviluppo”. Ma quando arriva la marea della realtà, le fondamenta cedono. Così è nato e così si sta trasformando il Green Deal, il grande sogno verde dell’Unione europea, annunciato nel 2019 come la nostra nuova rivoluzione industriale. Doveva essere l’alba di un’economia pulita, competitiva e giusta, ma oggi rischia di restare una cattedrale senza muri, un progetto grandioso nella forma ma friabile nella sostanza.

L’accordo raggiunto tra i ministri europei – quello che promette di ridurre del novanta per cento le emissioni entro il 2040 – ne è la prova più limpida. Sulla carta, un trionfo. Nei dettagli, una diluizione. Compensazioni, deroghe, clausole di revisione: un mosaico di scappatoie che trasformano l’ambizione in prudenza. La montagna ha partorito un topolino, e il topolino si aggira adesso nei corridoi di Bruxelles con l’aria di chi ha compiuto un’impresa. Ma la verità è un’altra: la ricerca spasmodica del consenso ha limato ogni asperità, fino a rendere la decisione finale inopportuna. Invece di prendere il toro per le corna, l’Europa gli ha dato una carezza, promettendo di affrontarlo “in una prossima occasione”. Eppure il tempo non aspetta.