Un Moni Ovadia così non si era mai visto né sentito. Attore e autore di teatro, intellettuale contromano, scrittore, l’uomo simbolo dell’ebraismo laico si è trasformato in chansonnier. Lo accompagnano sul palco Michele Gazich e Giovanna Famulari, che in questa operazione hanno avuto un ruolo determinante, come dice lo stesso Gazich: “A Sanremo, in occasione del Premio Tenco, Giovanna e io abbiamo avuto la gioia di essere maieutici per la nascita di un bambino di quasi ottant’anni: Moni Ovadia cantautore!”. Appuntamento live con “Yiddish Blues” venerdì 7 alle 21,30 al Folk Club.

Maestro Ovadia, cosa l’ha spinta in questa direzione?

«La Palestina. Quella tragedia dovrebbe portare ogni essere umano a dire qualcosa, invece si svolge sotto gli occhi di gente che fa della parola genocidio una questione di lana caprina. Non avrei mai creduto che potesse accadere una cosa del genere senza che insorgesse l’umanità, invece è andata così e io ho imparato una lezione. Da ebreo, le dico che ho capito dalla vicenda palestinese come sia potuto avvenire l’Olocausto che costò la vita a sei milioni di persone. Il resto in musica lo hanno fatto Giovanna e Michele, spronandomi e aiutandomi».

Come nascono, dunque, le canzoni?