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La polemica tra il Garante per la privacy e la trasmissione di Rai 3 Report ha riportato al centro del dibattito un problema che ciclicamente emerge e che però resta sempre irrisolto: l’eccessiva politicizzazione della autorità amministrative indipendenti, le cosiddette authority, o “garanti”, cioè gli organismi che dovrebbero vigilare e regolare alcuni settori dell’economia, della finanza, della politica e della giustizia sulla base di regole chiare e trasparenti, e con atteggiamento imparziale.
Questo almeno in teoria era lo spirito con cui vennero istituite. In Italia se ne discusse a lungo verso la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, quando i sempre più diffusi casi di clientelismo e corruzione nella politica fecero emergere la necessità di sottrarre ai partiti il potere di controllo diretto su alcuni settori pubblici, e favorire la nascita di un mercato più libero da condizionamenti statali.
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Le prime, nel 1990, furono l’Ufficio del Garante per la Radiodiffusione e l’Editoria (che dal 1997 si sarebbe chiamata AGCOM, Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni), e quella garante della concorrenza e del mercato (AGCM, anche detta Antitrust). Da allora ne sono state create via via una ventina, di minore o maggiore rilevanza. Dopo ormai 35 anni, dunque, si può dire che le authority hanno solo in parte risposto all’esigenza per cui nacquero: hanno certamente garantito un certo grado di trasparenza nella gestione della cosa pubblica e nel rispetto dei diritti dei cittadini connessi; d’altro canto, però, l’obiettivo di renderle davvero indipendenti dal controllo della politica è risultato velleitario.













