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6 NOVEMBRE 2025
Ultimo aggiornamento: 20:36
“Sono come ospedali psichiatrici“. In una lettera firmata Elia Del Grande, le ragioni di una fuga ma anche una critica puntuale alle case-lavoro. “Sono recipiente di coloro che hanno problemi e che non hanno posto nelle Rems (Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza)”. La missiva, indirizzata a VareseNews, racconta l’esperienza nella casa-lavoro di Castelfranco Emilia, in provincia di Modena. Il 49enne nel 1998 sterminò a fucilate tutta la famiglia (padre, madre e fratello) in quella che venne soprannominata la “strage dei fornai”. Per il triplice omicidio fu condannato prima all’ergastolo, pena poi ridotta in appello a 30 anni. Grazie ai vari benefici ne ha trascorsi in cella 26. Del Grande è destinatario di una misura di sicurezza e dovrebbe trascorrere sei mesi nella struttura, fino ad una nuova valutazione, ma è fuggito il primo novembre.
“Il disagio che ho visto lì dentro credo di non averlo mai conosciuto”, scrive Del Grande. E racconta: “Gli psicofarmaci vengono dati in dosi massicce a chiunque senza problemi. L’attività lavorativa esistente è identica a quella dei regimi carcerari. Le case di lavoro oggi sono delle carceri effettive in piena regola con sbarre cancelli e polizia penitenziaria, orari cadenzati, regole e doveri”, racconta Del Grande. “Con la piccola differenza che chi è sottoposto alla casa di lavoro non è un detenuto, bensì un internato, ovvero né detenuto né libero, nessuna liberazione anticipata, nessun rapporto disciplinare, ma solo proroghe da sei mesi in su che servirebbero, in teoria e non in pratica, a riabituare il sottoposto a misura di sicurezza al tessuto sociale esterno contenendolo e dandogli opportunità lavorativa, quest’ultima attualmente è negata se non solo con turnazioni identiche a quelle carcerarie”.










