Per le flotte italiane di veicoli pesanti (Tir) il rinvio dell’entrata in vigore dell’Ets2 nel trasporto stradale dal 2027 al 2028 è una decisione di buon senso, però la sfida della decabonizzazione resta assai ambiziosa e tutta in salita. E per il naviglio la situazione appare anche più fosca, dopo l’accordo Ue sul clima.

Allo stato attuale, difficilmente il settore dell’autotrasporto riuscirà a centrare gli obiettivi fissati da Bruxelles sui tagli alla CO2 senza il riconoscimento della neutralità tecnologica. In sintesi: secondo le norme europee, entro il 2040 i mezzi commerciali e industriali che superano le 7,5 tonnellate di portata dovranno ridurre le loro emissioni del 45% entro il 2030, del 65% entro il 2035 e del 90% entro il 2040 (rispetto ai valori del 2019).

Anita: «Servono i biocarburanti»

Inoltre, senza la neutralità tecnologica, cioè la possibilità di utilizzare ad esempio i biocarburanti come l’Hvo (biodiesel), salvando così il motore termico, dal 2040 le case non potranno più costruire camion con motori a combustione e tutti i mezzi di nuova produzione dovranno avere una trazione elettrica. In Italia la situazione, da questo punto di vista, è drammatica: il 96,8% dei camion immatricolati è alimentato a gasolio. I Tir ad alimentazione elettrica sono appena lo 0,3% del totale. Inoltre, i veicoli pre Euro 5 rappresentano ancora il 44% del parco circolante (fonte Mit). Dice Riccardo Morelli, presidente di Anita (Confindustria): «Crediamo che il riconoscimento del contributo che tutte le tecnologie possono dare alla decarbonizzazione del trasporto pesante sia il pilastro della transizione ambientale del nostro settore».