Dieci anni dopo l’incendio del club Colectiv di Bucarest, che il 30 ottobre 2015 uccise 65 persone e lasciò un segno indelebile nella memoria collettiva del Paese, la Romania non ha ancora un centro pienamente operativo per il trattamento dei grandi ustionati. È un ritardo che pesa non solo in termini simbolici ma anche pratici: ogni anno circa 10mila persone si presentano nei pronto soccorso del Paese con ustioni di varia gravità, 4mila vengono ricoverate, e circa 1500 necessitano di cure complesse e prolungate.

Il trauma del Colectiv e la scia di errori

Nella notte del 30 ottobre 2015, 26 persone morirono all’interno del club Colectiv, una durante il trasporto in ospedale e altre 38 nei giorni e nelle settimane successive. Le autorità assicuravano allora di avere “tutto il necessario” per curare i feriti, ma la realtà dei reparti ospedalieri smentì rapidamente le dichiarazioni ufficiali. Mancavano posti in terapia intensiva, attrezzature, competenze specifiche, e soprattutto condizioni igieniche adeguate.

Dei 33 sopravvissuti iniziali poi deceduti nei mesi seguenti, 23 risultavano affetti da infezioni nosocomiali multi-resistenti (infezioni acquisite durante la degenza ospedaliera, provocate da batteri resistenti ai più comuni antibiotici). È un dettaglio che, più di ogni altro, sintetizza la distanza tra la retorica politica e la realtà sanitaria del Paese.