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5 NOVEMBRE 2025

Ultimo aggiornamento: 19:56

“Noi abbiamo Enna, Palermo e Siracusa”. “Su due strutture noi abbiamo la golden share“, “rispondono a noi”. Quello è un “nostro direttore“. Ecco le manovre di potere di Salvatore Cuffaro, l’ex presidente della Regione siciliana che è tornato a pieno titolo a inserirsi nella sanità e in altri enti pubblici siciliani, vent’anni dopo l’inchiesta che lo ha portato alla condanna per favoreggiamento alla mafia. Dall’ultima indagine della Procura di Palermo – che ha chiesto gli arresti domiciliari per Totò Vasa Vasa e altri 17 indagati – viene fuori un quadro che, per i pm, è “rappresentativo dell’attualissimo potere di influenza e di ingerenza del Cuffaro nella gestione strategica dei posti di maggiore responsabilità nel mondo della sanità regionale”. Ma non solo. Cuffaro arriva a convocare a casa sua l’assessore regionale colpevole di ostacolare il lavoro di un “suo fedelissimo”, che ascolta la conversazione nascosto in una stanza limitrofa. “Non hai capito! Se tu non torni indietro […] ti rompo i coglioni su tutto. Tu non l’hai capito, te lo stai cercando”, grida l’ex governatore al componente della giunta di Renato Schifani. È anche alla luce di queste conversazioni se per la procura Cuffaro è al vertice di un’associazione criminale, un comitato d’affari occulto che ruoterebbe intorno a un presunto sistema di appalti pilotati nella sanità e assunzioni di soggetti segnalati dall’ex governatore e dai suoi sodali. Favorire i suoi candidati, sostiene Cuffaro intercettato, “non serve solo a fare bene al pubblico… serve anche a fare bene a Democrazia Cristiana“, cioè il suo nuovo vecchio partito.