Il nome di John Carmack è inciso a fuoco nella storia dei videogiochi. Genio dell’ingegneria informatica, è stato il cofondatore di id Software, lo studio texano che nei primi anni Novanta ha cambiato per sempre il modo di giocare con titoli come Wolfenstein 3D, Doom e Quake.

Carmack è stato l’architetto tecnico di quella rivoluzione. Accanto a lui, nell’epopea di id Software, c’era John Romero: programmatore e game designer capace di unire talento e immaginazione. Insieme hanno ridefinito il concetto di “sparatutto in prima persona”, dando ai giocatori un nuovo modo di vedere – e vivere – l’azione.

Nel libro Doom Guy – La mia vita in prima persona, pubblicato in Italia da Tora Edizioni con la traduzione di Ginevra Acerbi - Romero racconta la sua storia nuda e cruda. La sua non è una parabola di successo lineare: infanzia difficile, un padre alcolizzato, una famiglia piena di problemi e un’infinità di ostacoli economici. Da quel contesto ruvido è emerso un ragazzo che, armato di un computer e di una visione, ha costruito mondi virtuali così potenti da diventare icone culturali. Dietro la Ferrari e la fama del programmatore rockstar, c’è la lunga ombra di un passato che non ha mai smesso di inseguirlo. Un passato che, se non fosse stato per i videogame, l’avrebbe forse travolto. Ne abbiamo parlato a Lucca Comics & Games, dove lo abbiamo incontrato in mezzo ai fotografi e agli abbracci dei fan.