Mantiglia di pizzo nero che copre anche il viso trattenuta dalla regolare peineta. Gonna a balze nera, ma solo la parte posteriore, allacciata come un grembiule al contrario. Poi t shirt nera, pantaloncini da ciclista, calze nere al ginocchio e zapatos da bailaor. Una “Carmen” che non ci si aspetta quella di Israel Galvàn fra i più famosi interpreti di un flamenco lontano dalla tradizione. Alla Philharmonie de Paris, la Cité de la Musique, hanno fatto le cose in grande per festeggiare i quindici anni di amicizia e incontri fra il coreografo e il Théatre de la Ville.
Quindi sala enorme (la Grande Salle Pierre Boulez, strapiena), la grande orchestra “Divertimento” diretta da Zahia Zihouani, soprano (Deepa Johnny, Carmen), tenore (Robet Lewis, don José) e baritono (Jean-Chrstophe Lanièce, Escamillo), chitarra flamenca (Maria Marìn) e coro finlandese di voci maschili.
E via con la “Habanera”. Perché, se non tutta l’opera, le grandi arie, i momenti musicali topici non mancano. Praticamente una antologia. Compreso il famoso intermezzo. E qui non può non venire in mente la scena d’amore concepita da Roland Petit su questa musica.
Ma la differenza è che Galvàn, in primo piano, fa come un controcanto beffardo. Se per esempio il tenore canta “La fleur que tu m’avais jétée” lui attraversa la scena con un grande margheritone.







