Che per il governo, anzi per qualunque governo e in qualsiasi momento, un referendum costituzionale confermativo rappresenti un rischio, è perfino ovvio dirlo. Un voto di quel genere riguarda sì il quesito oggetto della tornata referendaria, ma inevitabilmente porta con sé anche un giudizio politico complessivo su un esecutivo e su una maggioranza. Magari un giudizio non determinante: e però certamente significativo. Questo è pacifico.
E tuttavia, come molti osservatori avvertiti cominciano ad annotare, nella primavera del 2026 potrebbe essere molto più Elly Schlein a rischiare rispetto a Giorgia Meloni. Ha senso, dal punto di vista del Pd, una campagna (l’ennesima, stanca e spompata) sulla “democrazia in pericolo”? Qualcuno ci crede? Qualcuno pensa davvero che ci sia un “rischio-fascismo” dietro l’angolo? E ancora: è opportuno schierarsi a corpo morto con la corporazione dei magistrati proprio nel momento in cui è più evidente la loro politicizzazione? È stato efficace farsi guidare dalla Cgil sul lavoro e adesso dall’Anm sulla giustizia? Le risposte a queste domande sono abbastanza agevoli. Si può dare una risposta positiva solo se la sinistra si è già inevitabilmente rassegnata a stare strutturalmente in minoranza, e quindi a perdere le elezioni politiche del 2027 senza nemmeno provare a competere.








