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Il 2 novembre 1975 fu ucciso Pasolini: la sua morte fa ancora discutere
Lo so, non ho le prove ma so. Non ho nemmeno indizi. Per la verità, non sono neanche un intellettuale, però questa parafrasi di uno dei più famosi articoli di Pier Paolo Pasolini mi torna utile a ribadire un pensiero riguardo alla sua morte, avvenuta esattamente 50 anni fa. Sulle prime pagine dei giornali di tutta Italia apparve quella macabra fotografia di un corpo steso, deformato, cristallizzato in una maschera di sangue e di fango. Per i tribunali l'assassino risultò uno solo, Pino Pelosi, un ragazzetto ricciuto e mingherlino, uno sbandato che quella sera era con lui, nell'Alfa Gt, all'idroscalo di Ostia, su un brandello di terra desolata nel panorama livido della degradata periferia romana.
È passato mezzo secolo, non sono bastate le ritrattazioni, le testimonianze postume, le commissioni di inchiesta, i dossier, i servizi giornalistici, i documentari, i film, i libri, gli oceani di inchiostro, i miliardi di parole affidate al vento, per dare un nome ai colpevoli. Però noi tutti ormai sappiamo che quell'intellettuale disadatto a tutti non è stato ucciso per l'iniziativa solitaria di un balordo abbagliato da quattro soldi facili.






