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Il 2 novembre 2025 saranno passati cinquant'anni esatti dall'omicidio di Pier Paolo Pasolini, nato a Bologna il 5 marzo 1922. La morte del poeta è avvolta nel mistero. C'era un colpevole reo confesso, Pino Pelosi (1958-2017), al quale non credeva nessuno. Certo, lui era presente. Ma non era solo quella notte maledetta all'Idroscalo di Ostia. Fatto certificato dalla prima sentenza, che condannava Pelosi ma assieme ad almeno altre due persone (ignote), la cui presenza sul luogo del crimine pareva certa ai giudici. Anche il movente resta incerto: una marchetta finita male, un assassinio politico, una tragica estorsione, un regolamento di conti (ma quali?). La saggistica sull'esecuzione di Pasolini occupa uno spazio non irrilevante nelle pubblicazioni sul poeta. Si può dire che, in certi periodi, abbia addirittura preso il sopravvento sugli studi relativi all'opera (letteraria, cinematografica, teatrale, giornalistica). Resta, per chi vuole leggere senza paraocchi, molto da chiarire sulle ultime opere di Pasolini. In Petrolio, il romanzo postumo, c'è un netto stacco su alcuni temi. Ecco avanzare qualcosa peggio del fascismo, la società dei consumi. Ecco gli antifascisti cadere negli stessi errori dei fascisti. Ecco deposti gli occhiali della ideologia e inforcati quelli della antropologia. Nella Nuova gioventù, l'ultima poesia di Pasolini, che a suo dire sarebbe rimasta tale anche se fosse campato fino a 120 anni, si rivolge a un giovane fascista, estrema speranza, a cui viene affidato un programma politico bizzarro per un progressista: "Difendi, conserva, prega". Rimangono anche alcuni nodi biografici fondamentali. Uno di questi è la presenza di Pasolini a Catania. Presenza che potrebbe avere anche a che fare con la morte dello scrittore. Chiediamo di raccontarci quel periodo al professor Salvatore S. Nigro, notissimo studioso (di Manzoni e di molti altri autori) ed editore (ha scoperto Andrea Camilleri, tra le altre cose). Lui, infatti, c'era.






