Se un merito si può dare a quest’ennesima stagione di conflitti tra giustizia e politica, è che il nodo è venuto finalmente alla luce, senz’ombra di sorta. Una rete culturale che attira le varie magistrature, incluse le autorità indipendenti e settori ampi della burocrazia, rende il controllo giuridico, nei fatti, alla stregua di un contropotere politico. L’opposizione al governo Meloni è qualcosa che sta più nelle iniziative dei giudici sull’immigrazione (severe) o sui manifestanti e occupanti le case altrui (miti) che non sui banchi parlamentari dell’opposizione. Andrebbe annoverata anche la sottovalutazione giudiziaria della ragion di Stato nel caso Almasri e la guerra di religione di quei giudici che hanno scambiato i balneari per pericolosi trafficanti. E infine la sortita della Corte dei conti, che mette alla berlina un progetto passato prima per una legge e poi per un’accurata approvazione governativa. E così un ponte che dovrebbe essere orgoglio dell’Italia, simbolo dell’unificazione alla penisola della Sicilia, diventa quasi una malefatta, un problema da trattare con gli alambicchi del giuridichese a colpi di commi e violazioni del sommo diritto europeo, con buonapace di qualche migliaio di aspiranti a un lavoro ben pagato.