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Ultimo aggiornamento: 14:55
Il governatore dello stato di Rio de Janeiro, Cláudio Castro, esponente della destra bolsonarista, ha definito l’operazione nelle favelas un “successo”, onorando i quattro agenti caduti e celebrando quella che ha descritto come “una grande vittoria contro il narcoterrorismo”. Ma dietro questa retorica di guerra si nasconde un’altra verità: l’ennesimo capitolo di una politica della sicurezza costruita sul sangue nero e sulla paura dei poveri.
Il 28 ottobre per gli abitanti dei complessi di Alemão e Penha, nella zona nord di Rio, è stato caratterizzato dal suono degli elicotteri e delle raffiche d’arma da fuoco: in poche ore, circa 2.500 agenti e una trentina di veicoli blindati hanno trasformato quei quartieri in un teatro di guerra urbana. Il bilancio, secondo le prime stime, supera le 130 vittime e i cento arresti: la più sanguinosa operazione di polizia nello Stato di Rio dal 2007.
La scelta del momento non è casuale. L’operazione arriva in un momento delicato per il governo federale, a poche settimane dall’avvio della Cop30, il vertice sul clima che si terrà in Brasile a novembre 2025 e nel pieno della strategia di riconquista del prestigio internazionale di Lula, che ha costruito gran parte della sua narrativa esterna sulla giustizia climatica e i diritti umani. In questo contesto, un massacro a Rio de Janeiro non è soltanto una tragedia interna, ma un gesto politico che parla al mondo: un modo per minare la credibilità di un presidente che si propone come leader globale progressista, ma che ancora non riesce a spezzare il legame strutturale tra razzismo, povertà e violenza istituzionale. È difficile credere che una simile operazione, pianificata da mesi e messa in scena con un apparato militare imponente, sia avvenuta senza una valutazione del suo impatto simbolico e internazionale.






