PEDEROBBA Gli organi sono apparentemente sani, e non c’è liquido nei polmoni che possa far presumere a una morte per asfissia. Il decesso di Chiara Zardo, la 18enne di Pederobba trovata a letto senza vita dalla madre nel loro appartamento di piazza Varnier sabato scorso, rimane avvolto nel mistero. A stroncarla è stato un arresto cardiocircolatorio, ma le cause sono ancora tutte da decifrare. L’autopsia effettuata dall’anatomopatologo Alberto Furlanetto, incaricato dalla Procura che sta indagando per morte in conseguenza di altro reato e affiancato dal consulente della famiglia di Chiara, Giacomo Fassina, nominato dall’avvocato Davide Favotto, non ha trovato alcuna anomalia evidente Nè tantomeno tracce macroscopiche relative all’assunzione di farmaci o droga. I liquidi e i tessuti prelevati saranno spediti al centro antiveleni di Pavia: per l’esito finale saranno necessari dai 60 ai 90 giorni. Solo in seguito si potrà capire il motivo della morte di Chiara Zardo.

Nei casi di morte improvvisa, come quello di Chiara, scatta un protocollo specifico per individuare tracce di Fentanyl o di altre Nps (Novel Psychoactive Substances), sostanze in grado di mimare gli effetti di droghe tradizionali come cannabis, Mdma o Lsd, ma con potenze e rischi imprevedibili. Il sospetto degli investigatori è che Chiara possa aver assunto, consapevolmente o meno, una sostanza di origine sintetica. L’interazione tra una di queste droghe e l’ibuprofene preso per il mal di gola potrebbe aver scatenato una reazione letale. La prima a far sorgere dei dubbi sulla morte di Chiara Zardo era stata proprio la madre, Elisa Ciannillo, rappresentata appunto dall’avvocato Davide Favotto: «Mia figlia era sanissima, ed escludo ogni possibilità che la sua morte possa essere legata agli stupefacenti. Voglio sapere il motivo per cui non c’è più». Parole dettate, certo, dal dolore, ma anche dalla convinzione che sia accaduto qualcosa di strano. Ecco perché la Procura ha deciso di muoversi con l’obiettivo di sciogliere ogni dubbio e perseguire, nel caso, il responsabile (o i responsabili). D’altra parte non c’era altra via per fare chiarezza. Sul punto l’Usl era stata chiara: «L’unico modo per capire cosa sia avvenuto a quella giovane è effettuare un’autopsia completa» aveva affermato il direttore generale Francesco Benazzi.