Imatrimoni diminuiscono da quarant’anni a questa parte, la natalità cala. Mi figuro un dialogo con un personaggio chiamato “Pressione sociale”, io e lei sul palco di un teatro. Lei che mi dice: “Sono un mandato antico, arcaico e forse retrogrado, spingo sottilmente le persone a sentirsi uno schifo se non si sposano e non figliano”. Io resto in silenzio, non senza una certa ricerca di effetto scenico. E poi le dico: “Sono psicoterapeuta, forse dovremmo spostarci da qui e andare nel mio studio perché, vedi, sei convinta di avere un potere ma, lasciamelo dire, sul lavoro fai veramente schifo. Credo tu soffra di una qualche forma di delirio, ma parliamone, davvero, penso di poterti essere utile”. Mi guarda perplessa, cerca un pubblico nella sala che la aiuti a rispondermi, a rifiutare la mia offerta, a ribattere. Ma il teatro è vuoto, solo io e lei. Mi gira le spalle, esce sconsolata, la seguo mentre sussurra nelle orecchie di giovani che la ignorano concentrati sui loro smartphone. Convinta, continua a sussurrare, alza la voce, qualcuno si gira a osservarla.

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Riti e leggi sociali della vita amorosa

Cambio angolatura, provo a dirla più seriamente. Ogni società ha sistemi di riti e leggi che regolano la vita amorosa. Se esiste una società libera da pressioni, da forme di corteggiamento e stabilizzazione dei legami che passando da una generazione all’altra io non la conosco. Eppure a leggere in giro, sembra che gli individui vivano con una sorta di ombra parlante sulla testa che ricorda loro come le lancette dell’orologio ticchettino impietose ed implacabili e ogni secondo passato fuori dalle relazioni d’amore sia speso in vano. E che una vita che non culmini nel matrimonio e nella riproduzione è di qualità minore, la chiamano stigma quell’ombra, che intristisce i venerdì sera e rende i risvegli del lunedì mattina di chi è solo più ingrati.