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Ultimo aggiornamento: 13:39
La scena, in sé, sarebbe già grave: una relatrice speciale delle Nazioni Unite insultata nel tempio della diplomazia da un rappresentante di Stato. Ma lo è ancor di più se quella relatrice è italiana e se, a sconfessarla, è lo stesso paese in cui è nata e cresciuta. Durante la presentazione del suo rapporto “Genocidio a Gaza: un crimine collettivo”, la giurista Francesca Albanese è stata oggetto di una serie di interventi che hanno lasciato sgomenta gran parte dell’aula del Third Committee dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite di New York, presieduta dal diplomatico thailandese Cherdchai Chaivaivid.
Israele l’ha apostrofata come “una strega fallita”, l’Italia ne ha messo in dubbio integrità e imparzialità, l’Ungheria ha invocato la “linea di pace del presidente Trump”, accusandola di un “pregiudizio cieco e anti-israeliano” e riproponendo la consueta calunnia della complicità con Hamas.
Il dato più significativo è che Israele, Italia e Ungheria sono i soli tre paesi ad aver respinto l’ultimo lavoro di Albanese, che dal 25 ottobre si trova in Sudafrica per la Nelson Mandela Annual Lecture e una serie di incontri con la Desmond and Leah Tutu Legacy Foundation. Non ha potuto recarsi di persona a New York a causa delle sanzioni statunitensi.











