Addio buon vecchio James, unico, anarchico sognatore, enorme protagonista della moderna scena napoletana, sempre presente, ingombrante, lui che aveva inventato tutto, lui che aveva sempre da dirne una in più di te, e per questo amato e preso in giro. Lo imitavano tutti, amici e nemici, geniaccio irregolare, fondamentalmente spaccone, ma poi era vero che lui c’era sempre stato, fin dal primo giorno, da quando alla fine degli anni Sessanta insieme a Mario Musella aveva creato gli Showmen, che furono una sorta di brodo primordiale da cui di lì a poco sarebbe arrivata la valanga del “neapolitan power”.

Lui, James Senese, vero nome Gaetano, il “nero a metà” per eccellenza, lui che era figlio della guerra, esattamente come il suo primo complice Mario Musella, figlio di donna napoletana e papà soldato afroamericano di stanza a Napoli e, come lui sapeva fin troppo bene e gli piaceva sottolineare, incarnava per vie naturali quell’irripetibile incrocio di America e Napoli che ha nutrito buona parte dell’evoluzione moderna della musica mediterranea.

Era poco forbito, poco educato, spontaneo, e talmente personaggio che quando fu invitato a partecipare al film di Lodovico Gasparini, No grazie il caffè mi rende nervoso, con Lello Arena e Massimo Troisi, interpretò se stesso, e non poteva essere diversamente. Lui c’era sempre, aveva immaginato quel ciclone rock che si chiamò Napoli Centrale, e pestava duro con quell’accento sporco, urbano, da città amara e inquinata, fino a far parte del dream team, di quella squadra pazzesca con Toni Esposito, Tullio De Piscopo, Joe Amoruso, Rino Zurzolo e Ernesto Vitolo, che ogni tanto si radunava intorno a Pino Daniele.