Arriva dal vecchio amico Viktor Orban l’atto di delegittimazione più esplicito e bruciante che Giorgia Meloni ha dovuto subire nei suoi tre anni da premier. Il leader ungherese ha costruito la sua due giorni romana come un’escalation di strappi dalla linea del governo di Roma e di Bruxelles. Quattro provocazioni in rapida successione: lo sfregio all’Europa nelle dichiarazioni rilasciate a La Repubblica a ridosso dell’incontro a Palazzo Chigi, la mancanza di qualsiasi correzione di rotta subito dopo il colloquio con Meloni, l’attacco alla stampa italiana che ha riportato i fatti, e infine la lunga chiacchierata di ieri con Matteo Salvini («massima sintonia») in coincidenza con l’annuncio che Budapest sta lavorando ad un’asse anti-Ucraina con Bratislava e Praga.
I 4 punti deboli che impediranno a Putin di vincere in Ucraina: cosa pensano i servizi segreti Usa
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE ALBERTO SIMONI
Gli intenti del presidente ungherese risultano abbastanza chiari: dimostrare all’Unione che né Meloni né altri possono domarlo o convincerlo a un compromesso, valorizzare il suo diritto di veto in Europa, dire a Vladimir Putin e a Donald Trump che la loro convergenza di interessi - al momento appannata, ma vai a vedere - ha un puntello nel Vecchio Continente: il suo. E, soprattutto, aprire una nuova fase della campagna “facciamo arrendere l’Ucraina”, che Orban immagina di portare avanti costruendo un fronte comune con Slovacchia, Repubblica Ceca e altri potenziali alleati, con l’obiettivo di isolare Kiev e costringerla ad alzare bandiera bianca per mancanza di mezzi, forniture militari, sostegni.










