Mi domando quanto serva ripetere la medesima litanìa. Che non si combatte la violenza con altra violenza. Che non si affermano i diritti delle minoranze privando di diritti le maggioranze. Non si rende egemone un pensiero soffocando il pensiero altrui: il consenso si suscita, non si impone. Che no, non funzionano così libertà e giustizia, per lo meno non nella porzione di mondo e di tempo in cui siamo nati: non esercitiamo qui la legge del taglione, la sopraffazione, la censura. Sarebbe facile dirlo di nuovo, ma temo che servirebbe in questo tempo livido solo a confermare le opposte fazioni, a rafforzare ciascuna nella sua posizione.

Non far parlare Emanuele Fiano all’università Ca’ Foscari è sbagliato, con lampante evidenza: chi ha a cuore la libertà di un popolo sopraffatto, come accade a tutte le persone dotate di umanità e ragione, non può e non deve rivendicare quella libertà con la sopraffazione. Usa lo stesso strumento, la stessa logica, la stessa idea di potere di coloro che combatte e non si cambia il mondo senza un’altra idea di mondo.

«L’ultima volta che hanno espulso un Fiano da un luogo di studio è stato nel ’38», ha detto Emanuele Fiano con riferimento a suo padre Nedo che, dopo le leggi razziali, fu costretto in quanto ebreo ad abbandonare la scuola e venne poi, nel 1944, deportato ad Auschwitz. Ha ragione.