Il punto debole del Pd è l’incapacità di sintesi. Il partito ha due anime, è cosa nota, quella ex comunista e quella ex democristiana. L’effetto è che vive in uno stato di ricerca d’identità permanente, che lo porta a non puntare mai davvero su nessuno e a cambiare pelle a ogni occasione, alternando una leadership moderata con radici nello scudo crociato a una più barricadiera in nostalgia di falce e martello e viceversa. Meteore a parte, da Walter Veltroni a Dario Franceschini, da Pier Luigi Bersani a Matteo Renzi, da Nicola Zingaretti a Enrico Letta fino a Elly Schlein. Avanti il prossimo? Pina Picierno o Silvia Salis?

La prima vuole un congresso in primavera per candidarsi al Nazareno. Probabilmente perderebbe, ma le serve a piantare la bandierina di leader dell’opposizione interna, con seggio sicuro al prossimo giro e qualche poltrona da guadagnare. Schlein al momento il congresso lo vincerebbe, ma è difficile che lo conceda, esponendosi a un interregno dove, in casa dem, tutto può accadere. Opterà per un’assemblea nazionale, dopo le Regionali. La seconda attende in riva al mare che Renzi o qualcun altro, non importa chi, la faccia approdare alle primarie di coalizione per scegliere lo sfidante di Giorgia Meloni. Non intende salpare però, attende che la tempesta prima monti e poi finisca, anche perché ha capito che più si espone, più gli intellettuali rossi storcono le tre narici e le sbattono in faccia il curriculum povero. Anche per Elly non gira bene. L’inizio del declino coincide con l’estate, quando le feste dell’Unità registravano cali di presenze. Presto poi sarà varato il correntone pro-Schlein, summa delle fazioni del triumvirato Franceschini-Speranza-Orlando: in teoria nasce per sostenerla, in pratica per consigliarla e, se l’operazione riesce, commissariarla. Più delle tre donne che si contendono la guida del Pd, la maggioranza di centrodestra quindi deve temere un uomo, senza tessera. È il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi.