Per secoli l’equitazione, l’allevamento e la cura dei cavalli sono stati ritenuti una “cosa da uomini”. Montare era considerata un’arte marziale, l’allevamento era appannaggio esclusivo di chi possedeva grandi ricchezze, la doma dei puledri veniva generalmente condotta con la forza, per sottomettere l’animale. Eppure, come notava recentemente lo scrittore-viaggiatore ed editore francese Jean-Louis Gouraud: «siccome le prove più antiche della domesticazione del cavallo, scoperte di recente in Asia Centrale, sono dei vasi di terracotta che presentano al loro interno tracce di latte di giumenta e, nelle tribù nomadi di allevatori, la mungitura è un compito tipicamente femminile, si può forse concludere che il primo “uomo” che abbia addomesticato un cavallo… fosse una donna!».
Oggi che, con la meccanizzazione, il cavallo s’è affrancato dal suo retaggio militare e ha perso il suo ruolo simbolico di rappresentazione del potere, per trasformarsi in compagno nell’attività sportiva e nel tempo libero, le statistiche dicono che le donne rappresentano l’80% dei praticanti l’equitazione. Sembra una rivoluzione, ma forse si tratta solo della naturale evoluzione di un rapporto tra specie diverse, in cui le donne hanno finalmente potuto dimostrare la loro peculiare attitudine. D’altronde, anche se più rare di oggi e meno note, perché oscurate da una cultura patriarcale che le voleva in ombra, donne di cavalli sono sempre esistite.







