«La Cina è qui, signor Burton». La citazione è del film cult del 1986 Grosso guaio a Chinatown, le cui vicende si snodano nel quartiere cinese di San Francisco, tra miti e leggende della millenaria storia cinese, dove anche il protagonista, il rozzo camionista, Jack Burton, interpretato da Kurt Russel, risulta quasi una comparsa del tutto ignara e impreparata a calarsi in un mondo troppo complesso e disparato come quello cinese.

Se il film non racconta direttamente dell’ascesa della Cina, ci lascia intravedere un aspetto: l’importanza della plurimillenaria storia cinese, la sua apertura al mondo e la sua umiltà nell’adottare elementi della modernità occidentale. Viceversa, il muro di incomprensione materializzatosi nei paesi occidentali, con lo stesso uomo post-moderno, che da protagonista si è trovato improvvisamente comparsa.

Come una sorta di Angelus novus di Klee, che accompagna la metamorfosi della sempre più polarizzata società americana e la crisi dell’egemonia a stelle e strisce, certificata da quel 70% di americani che ha smesso di credere nel sogno americano. Quel sogno che tanto attirò menti intraprendenti cinesi in una sorta di corsa all’oro 2.0, quella delle tecnologie e delle start up della Silicon Valley, al cui miracolo hanno contribuito l’eccellenza delle università unitamente a una società multietnica. Non è un caso che prologo ed epicentro delle tante contraddizioni americane risiedano a San Francisco, dal dinamismo imprenditoriale all’attenzione per la scienza e la tecnologia a cui fanno da contraltare le profonde disuguaglianze di una società incentrata sul "dogma mercato", figlia della globalizzazione e di un colonialismo cosiddetto di ri torno.