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Con “Profondo Rosso”, Dario Argento firma un capolavoro che sconvolge il pubblico, ridefinisce i confini del giallo e dell’horror, e lascia un’impronta indelebile nella storia del cinema internazionale

Una musica jazz, poi una sfumatura. Una visuale in prima persona, una mano misteriosa che apre una tenda rossa su una sala di teatro gremita. Sul palco una medium e una conferenza che tiene il pubblico incollato alla sedia. Poi, due amici che si confrontano nel cuore della notte, squarciata all’improvviso da un urlo sinistro che penetra fin sotto la pelle. Da lì, l’orrore e la sensazione che questo film non uscirà più dalla propria mente. Quando “Profondo Rosso” di Dario Argento arrivò nelle sale italiane nel marzo del 1975, il pubblico non sapeva ancora di trovarsi di fronte a un vero e proprio evento collettivo, destinato a lasciare un'impronta indelebile nella storia del cinema.

Più che una pellicola, fu un terremoto culturale che ruppe con le convenzioni estetiche e narrative del tempo, portando con sé una ventata di innovazione, inquietudine e stile. Il regista romano riusciva con il suo quarto lungometraggio a mettere insieme cura della tensione, tecnica e passione pura per un genere che grazie a questo capolavoro salirà di rango e prestigio.